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FinanzaPrimo piano Mer 25 gennaio 2023

Ecco l'ordinanza della Cassazione che "libera" Vivendi e può cambiare il destino di Tim

Anche se avesse la maggioranza nel cda di Tim, Vivendi non avrebbe il controllo e quindi non dovrebbe consolidare il debito. E adesso... ARNAUD ROY DE PUYFONTAINE AMMINISTRATORE DELEGATO VIVENDI

L’ordinanza della Cassazione

Può sembrare una questione di lana caprina, ma non è assolutamente così. Fuori da tecnicismi, l’ordinanza del 24 gennaio con la quale la Corte di Cassazione stabilisce che anche se dovesse avere la maggioranza nel consiglio di amministrazione di Tim, Vivendi non sarebbe costretta a consolidare il maxi-debito che fa capo al gruppo di tlc, fornisce un’arma negoziale “importantissima” ai primi azionisti  dell’ex monopolista della telefonia. Nella partita che si è scatenata con le dimissioni dell’ad del colosso francese dei media, Arnaud de Puyfontaine, dal consiglio di Tim significa che – volendo – domani Vivendi potrebbe chiamare l’assemblea di Tim (dove avrebbe gioco facile a far passare le sue istanze), presentare una lista di maggioranza composta da 10 consiglieri e non per questo le potrebbe essere imputato di avere il controllo di fatto di Tim e quindi di dover consolidare il debito da 30 miliardi che zavorra Tim. Insomma, se fino a poche ore fa Vivendi era nella sostanza inibita dal farlo, ora non lo è più. Sta tutto alla sua volontà.

Elliott rastrella azioni Tim

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio. Al 2017, quando il fondo Elliott rastrella azioni di Tim e la Consob stabilisce che il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia (al 24,68%)  determina un controllo di fatto rispetto alla stessa società di tlc. “In particolare – si legge nell’ordinanza – la Commissione dopo avere esaminato le relazioni istruttorie dei propri uffici sulla vicenda che aveva interessato Vivendi, società francese quotata alla Borsa di Parigi, entrata nel capitale sociale di Telecom nel giugno del 2015, con la titolarità di una partecipazione iniziale pari al 6,66 per cento, che poi si era progressivamente incrementata fino a raggiungere, nel 2016, il 24,68 per cento del capitale sociale di Telecom, e fino a portare nel 4 maggio 2017 al rinnovato consiglio di amministrazione di TIM con nomina della maggioranza dei consiglieri tratti dalla lista presentata da Vivendi, aveva deliberato che la medesima Vivendi esercitava il controllo di fatto su TIM con conseguente obbligo di darne pubblicità mediante un comunicato stampa al fine di informare il mercato della decisione assunta”.

Da qui è iniziata la disputa giudiziaria. Vivendi e e Telecom (poi diventata Tim) avevano impugnato la decisione davanti al Tar del Lazio per – tra le altre cose “violazione del principio di legalità, mancato rispetto delle norme sulla partecipazione procedimentale, assenza di un esame collegiale delle argomentazioni svolte dalla divisione corporate governance da parte della Commissione ecc.”. E dopo che nel merito il Tar aveva ritenuto legittimo l’accertamento svolto dalla Consob sulla sussistenza di un controllo societario di Vivendi nei confronti di Tim, la stessa Tim e il suo primo azionista si erano rivolti al Consiglio di Stato. Il Consiglio aveva ribaltato la decisione del tribunale amministrativo con la Consob pronta a presentare immediato ricorso.

Siamo ai giorni nostri e alla decisione della Corte Suprema di Cassazione di dichiarare inammissibile il ricorso della Consob, condannando la ricorrente al pagamento, in favore delle controricorrenti (Vivendi e Tim), delle spese di giudizio. Una notizia che potrebbe avere ripercussioni anche sul tavolo voluto dal governo e  che ripartirà domani con l’obiettivo di arrivare a una soluzione sul progetto di rete pubblica.   

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