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Il piano dell’ad Labriola, che fine faranno i 43mila dipendenti di Tim

In Imprese
29 Giugno 2022

Il destino dei dipendenti di Tim

Manca poco più di una settimana alla presentazione dell’atteso piano industriale di Tim (7 luglio) a cura dell’ad Pietro Labriola. Sul tavolo ci sono però diversi problemi. Dalla valutazione della rete fissa da cui l’azionista di maggioranza relativa Vivendi si aspetta un valore attribuito di ben 31 miliardi (18 al massimo a detta degli analisti) al numero di dipendenti che saranno assegnati alle varie società in cui, se tutto andrà bene, dovrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) essere divisa la società. Secondo indiscrezioni circa 20 mila confluiranno nella divisione della rete e 15 mila nella ServiceCo, società dei servizi. I restanti, invece, passeranno nella cosiddetta TopCo, società che dovrebbe essere controllata dalla ServCo e dovrebbe mettere assieme i clienti Top di Tim, Noovle, ovvero la società del cloud, Telsy, che si occupa di cybersecurity e Olivetti, il braccio operativo dell’Internet of Things (Iot). E poi c’è il debito. I 23 miliardi che si sono accumulati a causa anche di una privatizzazione assolutamente sbagliata, saranno spalmati tra le diverse società ma una parte importante, tra i 15 e i 18 miliardi, finirà nella NetCo, la società della rete dato che già oggi la rete di Tim garantisce i prestiti obbligazionari che servono a garantire il debito.

I 43 mila dipendenti

Quanto ai dipendenti i sindacati temono, se il piano verrà portato a compimento, dei maxi licenziamenti. In Italia lavorano in Tim circa 43 mila persone. Un numero in continua discesa. Anche recentemente i sindacati hanno firmato con l’azienda un accordo per 1.200 uscite ex articolo 4 (isopensione) entro novembre prossimo. Ma per molti addetti ai lavori sarà molto difficile che la società dei servizi possa accollarsi 15 mila dipendenti dato che i competitor, come Vodafone o WindTre, che hanno praticamente un numero simile di abbonati al mobile e un po’ meno nel fisso, ne hanno circa 7 mila ciascuno. Ossia la metà di quanto previsto per Tim con un business che, a quel punto, sarà simile. E anche per la rete la situazione non sarà facile. Open Fiber, la rete in fibra che fa capo a Cdp e al fondo australiano Macquire ha un po’ più di mille dipendenti. Tim prospetta un travaso, se la rete unica tra le due aziende sarà realizzata, di ben 20 mila unità. E vero che c’è un piano di crescita della rete nelle aree bianche e grigie ma le moderne reti di tlc sono sofisticate e hanno bisogno di tecnici molto specializzati.

Mancano gli operai

Al momento l’unico shortage di personale registrato e nella costruzione delle reti stesse. Ossia nei cantieri. Mancano operai, ma sarà difficile convincere i dipendenti Tim a un lavoro del genere. Nel disegno allo studio, gli asset di rete di Tim si combineranno dunque con quelli di Open Fiber per dar vita alla rete unica, dossier su cui gli advisor stanno lavorando dopo la firma del memorandum of understanding. Il nodo della valutazione del network è certamente il più importante. Bisognerà dunque convincere Vivendi, che dalla valutazione della rete si aspetta molto per rientrare delle perdite subite con l’acquisto della partecipazione. I francesi a quanto si è capito vogliono restare comunque azionisti della società dei servizi. C’è chi dice che in questo modo riuscirebbero, tramite la piattaforma tv Tim Vision, a fare concorrenza a Mediaset che hanno tentato di acquisire con una procedura ostile e con cui hanno recentemente chiuso un lungo contenzioso legale. Il titolo Tim resta debole in Borsa: 0,26 euro. Che vuol dire una capitalizzazione di tutta la società intorno ai sei miliardi.