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Brunetta show contro Confindustria, figuraccia di Conte sul salario minimo

In Lavoro
24 Giugno 2022
Il ministro Brunetta ha criticato Confindustria definendola «catastrofista» e affermando che l’Italia non affatto in recessione tecnica come diceva Viale Astronomia

La prima giornata del Festival del Lavoro

È con qualche fuoco di artificio che si è aperta a Bologna l’edizione 2022 del Festival del Lavoro, tornata in presenza piena dopo gli anni della pandemia. E a dare un po’ di brio è stato quasi in apertura dei lavori un combattivo ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta, partito lancia in resta contro quelli che ha chiamato «catastrofisti» di Confindustria. Oratoria travolgente, che ha travolto pure il povero giornalista del Corriere della Sera che era lì a tentare di balbettare qualche domanda.

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Ma il succo del discorso di Brunetta è che l’Italia non è affatto in recessione tecnica come aveva vaticinato Confindustria e che se nel primo trimestre la crescita era stata il minimo possibile (+0,1%), secondo i dati in possesso del ministro, la stima sul secondo trimestre sarebbe decisamente più alta, con un Pil che potrebbe salire dello 0,4-0,5% consolidando una stima di crescita annua intorno al 3%. Sebbene forniti da un autorevole membro del governo, i dati ovviamente non possono essere ufficiali non essendosi ancora concluso il secondo trimestre.

L’atmosfera si è scaldata un po’, ma poi l’ha rasserenata l’intervento pacificatore del presidente del consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Marina Elvira Calderone, che ha ringraziato il ministro condividendo le sue analisi sulla economia italiana. Brunetta ha ancora sciorinato le cifre del tasso di occupazione salito a marzo al 59,9%, con una disoccupazione all’8,4% e un tasso di inattività in effetti assai alto al 34,4%. Il ministro ha riconosciuto l’alto numero di dimissioni dal lavoro di questo periodo, ma l’ha letto sostenendo che stanno cambiando mercato del lavoro privato e pubblico con tassi di flessibilità e mobilità fra un lavoro e l’altro che l’Italia non conosceva, ma che sarebbero sintomo di una certa modernizzazione.

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Il ministro della Pubblica amministrazione ha affrontato anche uno dei temi centrali di questa tre giorni di Festival, quello del salario minimo divenuto cavallo di battaglia anche di alcuni suoi colleghi al governo. Brunetta si è detto contrario per principio a fissare un prezzo per legge in un paese dove la contrattazione collettiva è assai diffusa di buona qualità, anche in grado di difendere meglio così le figure più deboli in comparti assai diversi fra loro.

Di avviso del tutto opposto è stato l’intervistato successivo: l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, oggi leader di quel M5s appena ferito e impoverito dalla scissione annunciata da Luigi Di Maio. Conte ha giudicato eccentrica la domanda sulla vicenda ovviamente fatta da chi conduceva: «Che c’entra con i temi del lavoro? Comunque a me non importa che il M5s non sia più il primo partito presente in Parlamento. Mi preoccuperei non fosse più il primo partito a difendere i diritti dei più deboli». E in quest’ottica Conte ha naturalmente difeso il suo reddito di cittadinanza e cavalcato il tema del salario minimo solo come principio, perché quando ha provato ad entrare più nel dettaglio si è perso fra carte e appunti che i collaboratori gli avevano preparato e che lui stesso non comprendeva bene e tanto meno riusciva a spiegare al pubblico.

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L’unica carta che è riuscito ad afferrare gli ha fatto dire che il Censis spiegava bene la necessità del salario minimo, descrivendo una situazione di povertà per 5 milioni di italiani che- ha detto Conte – diventeranno un problema sociale quando toccherà loro prendere la pensione «magari nel 2050, restando al di sotto della soglia di povertà». Il leader del M5s ha probabilmente confuso Censis con Istat e Caritas, che pubblicano rapporti più analitici sulla condizione di povertà delle famiglie. E forse usato a sproposito il tema stesso, perché nella gran parte dei casi delle famiglie sotto soglia c’è un problema di salario qualsiasi, non di salario minimo che sarebbe un lusso inimmaginabile.

In chiusura di giornata sul salario minimo quando si parla di salario minimo ha spazzato via un po’ di supercazzole il presidente della Fondazione dei consulenti, Rosario De Luca: «Quando si parla di salario minimo per legge dobbiamo dire: chi paga? Abbiamo calcolato un aumento dei costi di 12 miliardi l’anno. Davvero vogliamo caricare sul sistema delle imprese il costo del salario mimino? E poi il salario minimo in Italia già c’è con i contratti collettivi».