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Il muro di Trump tra Usa e Messico? Adesso è Biden a ordinare di completarlo

In Mondo
1 Agosto 2022

Il muro Usa e Messico

Da George Bush padre in poi, tutti i presidenti americani, repubblicani e democratici, hanno dato il loro contributo alla costruzione della barriera di separazione tra Stati Uniti e Messico con l’obiettivo di ostacolare l’ingresso di immigrati. Da Bill Clinton, a George Bush figlio, a Barack Obama, il muro è a poco a poco cresciuto fino a quando Donald Trump, durante la campagna per le presidenziali del 2016, non ne ha fatto una bandiera elettorale, mettendola al centro del proprio programma.

Da quel momento il muro cambia in un certo senso natura, diventando per la sinistra americana e mondiale il simbolo del razzismo e della xenofobia dei movimenti populisti e sovranisti che guardano con simpatia al nuovo inquilino della Casa Bianca. Una narrazione che sarà forse quantomeno incrinata dalla decisione presa giovedì dall’attuale presidente americano, il democratico Joe Biden, che ha autorizzato il completamento di una tratta del muro nei pressi di Yuma, in Arizona.

Promesse elettorali

«Non un centimetro di muro sarà costruito durante la mia amministrazione», aveva giurato Biden durante la campagna elettorale del 2020. Ha dovuto fare marcia indietro, giustificando la misura con ragioni di sicurezza. Attirati da quattro ampi varchi che rendono il muro attraversabile, molti migranti infatti sono scivolati lungo il percorso o annegati nel fiume Colorado. «Stiamo cercando di salvare vite», ha detto la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.

Il corridoio al momento è il terzo valico più frequentato da chi cerca di entrare negli Stati Uniti partendo dal Messico. Una situazione che ha spinto il senatore democratico dell’Arizona Mark Kelly, che la prossima settimana correrà nelle primarie del suo partito per ottenerne la ricandidatura alle elezioni di novembre, a chiedere al presidente la chiusura dei varchi. Esponendosi in questo modo a critiche provenienti da sinistra.

L’attivista ambientalista Myles Traphagen, contrario al muro anche per il suo impatto ecologico, ha definito inutile la chiusura dei varchi. L’area di Yuma, ha detto, è «diventata la nuova Ellis Island dell’Arizona, con persone che arrivano qui da Paesi diversi come Etiopia, Cuba, Russia, Ucraina, India, Colombia e Nicaragua. Le persone hanno viaggiato per mezzo mondo su aerei, treni e automobili, quindi aspettarsi che la chiusura di quattro piccoli varchi li faccia tornare indietro e prenotare un volo di ritorno con l’Air Ethiopia è una pura falsità».

Il problema dell’immigrazione

Non è la prima volta che sull’immigrazione l’amministrazione Biden si trova in difficoltà. La scorsa estate avevano fatto scalpore le parole della vicepresidente Kamala Harris che, in visita in Guatemala, aveva detto a chi aveva intenzione di emigrare di «non venire negli Stati Uniti: se arriverete al nostro confine, sarete rispediti indietro». In quell’occasione la Harris aveva sostenuto che le partenze finiscono solo con l’arricchire i trafficanti di esseri umani e si era fatta a suo modo interprete della linea “aiutiamoli a casa loro”: bisogna «affrontare le cause profonde della migrazione», aveva detto, e «creare in Guatemala le condizioni che consentano ai giovani di trovare la speranza che oggi non hanno». Nel corso del 2021, primo anno dell’amministrazione Biden, oltre due milioni di migranti entrati illegalmente negli Stati Uniti dal Messico sono stati arrestati.

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Nato a Udine nel 1978, approdato al giornalismo abbastanza tardi, ha lavorato vari anni a Libero con una breve parentesi al Giornale. Non ama viaggiare, non ha hobby, diffida dei fact checker. Orientamento politico: «Il passo che deve fare l’Unione Europea per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di “sana disunione”. Cioè dare più indipendenza, più libertà ai Paesi dell’Unione» (Papa Francesco, 26 giugno 2016).